Hai mai sognato di costruire una chitarra? Qua troverai alcune informazioni su come fare

La Frankenstrat di Eddie Van Halen

Eddie, Sir Eddie, King Eddie, Magic Eddie.
Potrà anche non piacervi e comprendo le ragioni di chi sostiene che non s’è inventato nulla, ma rimane un chitarrista importante come pochi, al pari di tutti gli artisti che – grazie al loro desiderio – hanno cambiato la percezione dello strumento e hanno costretto tanti geni dell’elettronica e della liuteria ad evolvere. Insomma, a modo suo EVH è un innovatore.

Sono molti i grandi nomi legati a lui:
Larry dimarzio
Seymour duncan
Charvel
Kramer
Mike Soldano
Floyd Rose
Fender
Gibson
E sicuramente un’altra lista infinita…

Dove nasce il mito? Dobbiamo risalire al 1962, anno che lo ha portato a trasferirsi dai freddi Paesi Bassi al caldo sole della California. E dopo 5 anni a scaldarsi le ossa (siamo nel 1967, Eddie ha 12 anni) prende la chitarra di suo fratello Alex e inizia la leggenda…

La chitarra

La mitica Frankenstrat è passata alla storia. Eddie al tempo aveva 23 anni e non aveva i soldi per permettersi una Fender, ma soprattutto voleva un suono particolare, che unisse le caratteristiche della Fender e della Gibson. E allora entra nello shop di Wayne Charvel (diventato un mito negli 80’s proprio grazie a lui) dove compra per pochi soldi un body in alder e un manico (entrambi ricambi strato CBS).
Investe gli ultimi soldi rimasti in pezzi di scarto di una Stratocaster (meccaniche, ponte e potenziometro 250kohm).
Il pick-up viene letteralmente strappato da una Les-Paul e montato a forza (e davvero di forza si parla, visto che ha dovuto allargare il routing con scalpello e martello) sul corpo Fender.

Diciamolo pure, è una porcheria, ma suona tanto bene…


E così le scelte pazze vengono da sé: leggenda vuole che sulla prima versione della Frankenstrat (bianca strisce nere) il battipenna nero fosse ricavato da una bacinella della madre.

Poi inizia il successo, il mondo inizia a conoscere il suo strumento e per mantenere una certa aura di mistero sul suo suono ed evitare clonatori folli (Charvel e Kramer pronti a tale scopo) fa una pazzia delle sue: aggiunge uno strato rosso mascherando alcune parti della chitarra e ne esce la classica versione rossa bianca nera.
Via il battipenna, ne ritaglia un pezzo e riforma i buchi.
Con lo scalpello allarga la sede del pick-up al ponte per farlo inclinare e pescare così frequenze più alte sui cantini e più basse sui bassi e lo avvita direttamente al corpo (scelta che migliora la capacità del pick-up di catturare le vibrazioni del body). Non ha controllo toni il buon Eddie (a cosa serviranno mai!), e questo migliora la prestazione del pick-up che risulta più brillante e potente (tutto tenuto sotto i margini del suo Brown sound grazie al potenziometro da 250) e chiude il tutto con un colpo di genio: per far chiedere al mondo quale diavoleria Sir Eddie si fosse inventato, aggiunge un finto pick-up al manico solo per estetica…

Non dimenticate che gli strap lock non esistevano, e allora perché non prendere degli occhielli da legno e metterli al posto dei pin della tracolla da fissare con due bei moschettoni?

Insomma, non so se sia tutto un caso o una visione. Una cosa è certa: la mano di Eddie e la sua continua voglia di sperimentazione hanno forgiato le chitarre che oggi molti musicisti dal Rock all’Heavy usano…

Ancora sui manici per chitarre! (pt.1)

 

Continuiamo la nostra panoramica sulle caratteristiche costruttive e sugli elementi che compongono uno strumento elettrico, e questa volta parliamo di manici.

Come prima cosa è meglio fare una precisazione: non parlerò adesso dei legni, dal momento che è un argomento importante e che merita di essere trattato con il dovuto rispetto e spazio. Detto questo proseguiamo con le caratteristiche costruttive di un manico.

Il Diapason

Definiamo il diapason (in inglese scale lenght) come la lunghezza della corda vibrante, ovvero della misura che c’è tra capotasto e ponte. I più comuni sono 25.5 pollici e 24.75, mentre su alcune chitarre a 7 o 8 corde e alcune baritone si arriva a 27 pollici diapason chitarra

Il diapason ha un effetto fondamentale sul suono e sulla suonabilitá. Infatti, a parità di diametro della corda e della nota, più è lungo il diapason più la corda sarà dura da suonare. Vice versa, più corto il diapason più la corda sarà morbida: ecco perché gli amanti del bending non disdegnano le Les Paul, mentre i metallari che suonano accordati 970 toni sotto lo standard non potendo usare delle funi da ascensore preferiscono un diapason più lungo per avere note basse e definizione di suono.

 

La paletta (dritta o inclinata)

Tanto per citare i soliti due esempi: dritta la Stratocaster e inclinata la LesPaul 

paletta inclinata o dritta

 

La paletta inclinata nasce per rendere più resistente la paletta stessa e contrastare meglio la forza di tensione delle corde permettendo una maggiore stabilità del manico,  mentre quella dritta è più semplice da realizzare e i costi di produzione sono inferiori. Per contro mantiene una minore tensione delle corde sul capotasto, portando a volte a suoni spiacevoli ed una tenuta ballerina dell’accordatura.

Per ridurre i costi produttivi delle palette inclinate (e usare meno legno) è stato inventato il cosiddetto scarf neck, che si ottiene in un modo molto interessante: si parte da un blocco di legno dritto e lo si taglia nel punto in cui ci sarà poi la giuntura della paletta con un angolo scelto dal costruttore. Si rovescia quindi la parte tagliata incollandola così con un angolo diverso dall’inizio. Tanto per essere chiari, ecco uno schema.

Meccaniche

Le meccaniche possono essere in linea o 3+3 o anche in combinazioni più fantasiose. In questo caso non c’è un meglio o un peggio, ma più semplicemente dei motivi su cui l’idea nasce.

Le meccaniche in linea dovrebbero mantenere una linea perfettamente dritta della corda dal ponte alla meccanica stessa senza generare angoli che spostino la corda dall’asse di tutta la sua lunghezza. Questo accorgimento migliora la tenuta dell’accordatura anche dopo bending particolarmente violenti.

Le 3+3 nascono con due obiettivi principali: ridurre gli spazi di ingombro della paletta e avere la distanza delle corde che va dal capotasto alla meccanica che si riduce sui cantini. Infatti avendo una porzione di cantino corta la corda sará più facile da tirare nei bending, riducendo la distanza da percorrere per raggiungere la nota desiderata rispetto ai lunghi cantini di una 6 in linea.

Capotasti

Credo esistano biblioteche con argomentazioni di varia natura sui capotasti, io vi riporto la mia esperienza: quelli in plasticaccia fanno scordare la chitarra perché non sono scorrevoli e si consumano alla velocità della luce. Quelli in osso funzionano bene ma costano cari: se fatti a dovere durano, ma devono essere lavorati bene per far scorrere le corde. Hanno anche un ottima tenuta dell’accordatura e qualcuno sostiene che siano quasi in grado di autolubrificarsi; io comunque consiglio sempre qualche passata di matita 2B sui solchi delle corde per migliorare la lubrificazione. Questo consiglio vale ancora di più con i capotasti in osso sintetico. L’osso sintetico ha una durata inferiore rispetto all’osso naturale, ma costa meno e ve ne sono di autolubrificanti in grafite.

Esistono poi capotasti in metallo, roller nut e in ottone solido.

Io con questi francamente mi sono sempre trovato benissimo. Sia in ottone che roller presentano una tenuta dell’accordatura ottima. I capotasti roller in particolare costano più di quello in osso, va da dire che sono eterni…

 

Tasti

Prima o poi sui tasti farò scrivere qualcosa a Maurizio Saturnia della SMG Custom Guitar (che è un feticista del fretting) quindi non mi dilungherò troppo: ne esistono di tutti i tipi e misure. Io li amo alti e ciccioni e mi piace che il polpastrello non tocchi il legno della tastiera: quello spazio extra poi mi permette di agganciare la corda con la carne del dito e tirare i bending con molta forza senza che possano scapparmi, ma la preferenza è del tutto soggettiva. Vi rimando quindi al futuro approfondimento con Maurizio per una panoramica migliore.

Insomma, anche per quanto riguarda i manici c’è una miriade di dettagli e di combinazioni che influenzano il suono e soprattutto la suonabilità di un manico rispetto a un altro, tra cui la sezione del profilo, i legni e la forma e posizione della paletta (dritta o reverse). Ma di questo parleremo nella prossima parte! Nel frattempo buone suonate!

 

ciao Frank

 

Manici per chitarre e bassi: panoramica delle tipologie

Si sente parlare di manici avvitati, incollati o neckthru. La realtà delle cose è che spesso si sceglie l’uno o l’altro in base a criteri personali e quasi fideistici. Ho il neckthru perché ce l’ha FraccazzodaVelletri oppure il manico avvitato suona meglio o affermazioni simili lasciano il tempo che trovano. Rimane il fatto che le tre tipologie sono influenzate da molteplici fattori, tra cui la qualità costruttiva, la stagionatura dei legni e mille altre menate che non stiamo qua a tirare in ballo. Diciamo che, a parità di condizioni, i manici hanno queste caratteristiche:

Manico avvitato:

tipologie manici chitarraQuesta soluzione è stata inventata da Leo Fender in persona per abbattere i costi di produzione degli strumenti e permettere una veloce sostituzione del pezzo in caso di rotture del body o del manico stesso.

Lo svantaggio sta nel fatto che manico e corpo sono a contatto, ma il punto di giunzione non è strettamente solidale e pertanto non tutte le vibrazioni riescono a trasmettersi liberamente tra le parti. Il problema, con le tecnologie costruttive attuali, è minimizzato. Le macchine a controllo numerico hanno reso possibili incastri perfetti al millimetro, con una maggiore superficie di contatto e una migliore trasmissione del suono che può colorarsi della tonalità dei legni.

Manico incollato:

Tipica soluzione di molte Les Paul, che permette di avere un corpo interamente costituito dalla stessa combinazione di legni (nel caso delle LP si tratta di mogano). Se il punto di giunzione è fatto in maniera precisa la trasmissione delle vibrazioni e pari al neck thru con però un margine di rischio in più per quel che concerne la delicatezza del neck joint: il punto di incollaggio del manico corrisponde anche al punto in cui la tensione delle corde esercita la maggiore leva. Capite bene che una botta presa nel modo sbagliato e uno strumento magari maltrattato (come piace fare a quelli come me) rischiano di compromettere la salute della chitarra. Il vantaggio è rappresentato da un sustain maggiore, e una presenza tonale del legno più accentuata, specialmente nel caso si utilizzino legni particolarmente scuri e caldi.

Neck thru

Costruzione più comune nei bassi ha acquisito molta popolarità anche sulle chitarre.

Semplicemente pensate di avere una chitarra costituita da un lungo manico a cui vengono attaccate due ali sul margine superiore ed inferiore dove c’è il body, come rappresentato nella terza immagine:

E’ una soluzione che permette di avere un unico blocco tra manico e body permettendo alle vibrazioni generate dalle corde di essere trasmesse sullo stesso materiale dal inizio alla fine dello strumento, generalmente ricchissime di sustain, con suoni molto grossi e pieni ed un assetto che non varia quasi mai al cambiare delle condizioni climatiche.

 

 

Chitarre Solid Body e Hollow Body

Questo articolo è il primo di una serie di veloci approfondimenti sulla chitarra.

Diciamo approfondimenti, perché andiamo un po’ più nel dettaglio e forniamo qualche spiegazione tecnica. Diciamo veloci perché non vogliamo scrivere un’enciclopedia, ma dare qualche dritta nella maniera più semplice ed efficace possibile.

Solid Body

Le chitarre solid body hanno il corpo della chitarra completamente pieno, e nascono per eliminare il problema del feedback molto facile anche a bassi volumi delle chitarre acustiche o semi acustiche amplificate.

Le prime chitarre solid body della storia sono state la Fender Broadcaster (nota anche come Nocaster), più recentemente chiamata Telecaster (qua c’è la storia, se vi interessa) e la Gibson Lespaul.

L’idea la si attribuisce generalmente proprio al chitarrista Lespaul, jazzista con la mania di suonare a volumi alti e che voleva una chitarra che creasse minori problemi di feedback.

Il suono in queste chitarre risulta pieno, anche abbastanza compresso se vogliamo, dotate di un volume molto basso da spente che però trasmette le vibrazioni in ogni singolo poro della cassa catturando molto bene le caratteristiche del legno, senza contare che a prescindere dalla costruzione del manico (di cui parleremo poi)  tutte le vibrazioni attraverseranno liberamente lo strumento dalla punta della paletta alla fine del corpo.

La trasmissione delle vibrazioni è un elemento fondamentale e lo ritroveremo quasi sempre in questi capitoli.

Hollow Body

Le hollow body – o chitarre scavate – differiscono dalle acustiche o semi acustiche non solo per le dimensioni della cassa armonica quanto piuttosto perchè si tratta di chitarre a cui viene scavato l’interno del body. Al di sopra del body viene applicato un top spesso a sufficienza da non dover studiare un sistema di catene come accade nelle semiacustiche. In queste ultimen infatti, lo studio delle catene interne al body ha un ruolo fondamentale per la rifrazione del suono in acustico e sulla solidità di tutta la struttura per impedire che la chitarra si sfondi.

Le hollow body nascono come una via di mezzo tra le solid e le semi acustiche, (esempio tipico la telecaster thinline) e hanno generalmente un suono ricco di basse e medie frequenze. A farne le spese è il sustain, che generalmente paga un po’ lo scotto della presenza di meno materiale a cui le frequenze vengono trasmesse.

Le hollow body soffrono molto i gain troppo elevati ma amano i suoni puliti, ricchi di ambiente che enfatizza l’ampiezza del suono.

Chitarre con action bassa: lettera aperta di Frank

Basta chitarristi che vogliono qualche mm scarso di action e poi si lamentano che la chitarra suona poco o che frigge o che non suona come quella Ibanez Jem che avevano provato illo tempore

Se proprio ti piace come suona la Jem ed il suo assetto, non ostinarti a cambiar pezzi e pettinare la tua Squier, riparmia i soldi e hai 2 opzioni:

  • 1) Comprati la Jem
  • 2) Usa i soldi per la birra e comincia a suonare ancora di più, perché nessun espediente tecnico potrà mai – e dico mai – sostituire ore ed ore ed ore di pratica sullo strumento!

A parte gli scherzi, è chiaro una chitarra bassa è più facile da suonare, non sono scemo, però un action bassa aumenta esponenzialmente i limiti fisici ed ingegneristici della chitarra.

Le corde vibrano meno, si perde dinamica, si perde volume, non si sviluppa la forza necessaria sulla mano sinistra per sostenere due tecniche che fanno di un chitarrista mediocre un grandissimo chitarrista: il bending ed il vibrato.

Tutti pensano che gente tipo Vai, Malmsteen o altri abbiano delle action bassissime.

Sappiate che non è così, hanno certamente strumenti settati in modo diverso a seconda di quello che devono fare, soprattutto in fase di registrazione, ma credetemi che il loro suono nasce da action molto più alte di quel che credete.

Come fanno? Ore e ore e ore di pratica! Una volta che domini una action medio alta puoi usare uno strumento settato basso per uno specifico scopo, ma non sei costretto a farlo!!!

Quindi, se siete di quelli che vanno dal liutaio dicendo voglio l’assetto più basso, da domani alzatelo un pochino e smettete di suonare strumenti oppressi dai mille compromessi di una action bassa.

E per dio, non preferirete una Jem ad una bella birra gelata…

È il chitarrista che suona o la chitarra?

Viviamo in un era in cui la qualità produttiva è elevata sia che parliamo di prodotti cheap che costosi.

Una volta, nei bei vecchi tempi andati,quando la vita del negozio e del compratore era più semplice, avevi due alternative:

Spendere poco per qualcosa che suonasse male
O
Spendere tanto per qualcosa che suonasse bene.

E ciò veniva confermato nella prova.

Oggi oggetti che costano 3 volte l’equivalente di fascia base non suonano 3 volte meglio. Prendo l’esempio delle chitarre: capita anche il caso fortunato del pezzo unico cheap che suona meglio della super blasonata custom shop (va da dire che è molto raro) ma in genere strumenti di fascia medio bassa oggigiorno suonano piuttosto bene. (A me è capitata per le mani una B.C.Rich da 200€ che suonava benissimo! ndr Albe)

Allora come orientarsi, quali aspettative avere, quali consigli seguire, come affrontare l’acquisto di uno strumento?

La risposta è semplice, gli strumenti vanno provati, e vanno provati bene!

Se avete la possibilità provateli con la vostra strumentazione. Non fatevi però prendere dal panico se il negozio non vi permette di scaricare nei suoi 3 metri quadri il vostro frigorifero di effetti che dovrebbe stare a Wembley ma sta al massimo chiuso nella cantina della nonna per le prove: esistono diversi trucchetti per provare uno strumento anche senza il nostro rig usuale e farsi un’idea precisa di cosa si sta acquistando.

La prima cosa da considerare è la sensazione a pelle che vi restituisce lo strumento, perché secondo me è un fattore fondamentale, forse più importante di tutto il resto.

Non dico quanto è dura o alta o se ha le corde arruginite, no, parlo di un altra cosa.
Parlo di quella sensazione che tutti abbiamo e spesso ignoriamo perché gasati dal voler fare le scale come Malmsteen o lo shuffle di SRV o i sweep di Gambale. È quella sensazione che ciò che avete sotto le dita vi permette di dire qualcosa. Vi fa venir voglia di fare qualcosa di diverso. Solo uno strumento che vi da questa sensazione sarà in grado di stare veramente nelle vostre mani.

In secondo luogo, provate la chitarra da spenta: tanti dicono più la chitarra suona da spenta più suonerà da attaccata, ed è maledettamente vero!!!
La ragione è semplice: una chitarra che vibra molto risuona altrettanto, ed è in grado di trasmettere più informazioni ai pickup su più frequenze. Una chitarra che vibra molto la sentite di più perché il vostro corpo assorbe le vibrazioni dello strumento.

Ok, l’avete provata non amplificata, e ora? Adesso attaccatevi ad un amplificatore, il più simile possibile a quello che usate, e provatela ai volumi che usate di solito, ma anche (e soprattutto!) a volumi più bassi.

Infine, valutate l’assetto (e si ritorna al punto del feeling). Questo è un fattore piuttosto personale: io non credo nelle chitarre con action bassa, quindi se cercate una chitarra con action bassissima la mia risposta è allenatevi a suonare con un action alta. Il suono e l’espressione dello strumento ne guadagnano tantissimo, e una volta provata questa soluzione potreste non voler tornare più indietro.


Con questo eliminiamo qualsiasi dubbio sulla possibilità di avere un suono eccellente con pochi soldi. Ci vuole il tocco.

Questi aspetti sono i più importanti. Più del corpo, più del manico, più della marca. Se per voi – con una strumentazione simile alla vostra – suona bene e il feeling è buono, vi trovate davanti a uno strumento fatto per voi, alle vostre inclinazioni ed esigenze. Una chitarra da 3000€ non vi farà suonare come Malmsteen, se non avete il tocco giusto. Ma se voi, di base, siete in grado di suonare bene e avete padronanza del mezzo, anche una chitarra da 200€ potrà darvi altrettante soddisfazioni. Dico sempre che la chitarra è un po’ la nostra puttana: deve fare quello che piace a noi, come piace a noi. Se pago di più per avere una bella chitarra che non si comporta come vorrei, cosa l’ho pagata a fare?

Giusto per rendersi conto: il sito Guitarfella scrive questi due articoli:

How To Find A Top Affordable Acoustic Guitar

The Top 10 Affordable Electric Guitars For Under $200

 

Sound: Mano vs Strumento

E’ un soggetto spesso dibattuto nei forum di chitarristi. Qualcuno comincia la discussione polarizzando l’attenzione su un titolo del tipo “il suono sta nelle mani”. Come sempre poi, il dibattito ruota intorno a chi insiste che il suono derivi direttamente sullo strumento utilizzato mentre altri sostengono che tutto stia nelle mani e nelle capacità del chitarrista. Condivido i miei pensieri ed osservazioni sull’argomento.

Stranamente il dibattito si sviluppa sempre e solo rispetto ai chitarristi elettrici. Credo che sia chiaro a tutti che per i chitarristi acustici il suono dipenda da come utilizzano lo strumento e dal proprio stile. Usare un plettro duro, sottile o di nylon crea un sound differente. Suonate con le dita e senza plettro ed otterrete ancora altre sonorità differenti. C’è un enorme gamma di tonalità e dinamiche che dipendono dal modo in cui date la plettrata e dal punto in cui suonate una corda. La costruzione, i materiali e la dimensione di una chitarra acustica determinano sicuramente il suono ma la scelta di un chitarrista rispetto a dinamiche e tecnica contribuisce in modo decisivo al suono finale. Perciò mi chiedo: perché questo non dovrebbe valere anche per le chitarre elettriche?

Sono un convinto sostenitore che molte delle variazioni tonali e dinamiche che appartengono alla chitarra acustica valgano anche per quella elettrica.

valvole lunga esposizione

Anche queste signorine qua influenzano parecchio il suono

Tuttavia, si può dire che le chitarre elettriche ad amplificatori abbiano una gamma più limitata di frequenze rispetto alle acustiche. Normalmente esistono alcuni gradi di compressione dovuti alla natura delle valvole degli amplificatori e del comportamento in overdrive. Ad esempio, i tipici coni da 10” e 12” hanno una gamma di frequenze limitate dato che sono tarati principalmente su frequenze medie. D’alto canto si può invece affermare che ci sia omogeneità se consideriamo una gamma dinamica (basata sull’elettrico) abbastanza ampia e la compariamo con quella delle chitarre acustiche.

Questo tipo di uniformità aumenta drasticamente quando noi chitarristi andiamo di gain, distorsione o fuzz. Più il segnale diventa distorto, più i toni si comprimono. Allo stesso modo, più il suono è distorto, più sarà lo strumento a determinare il sound diminuendo tutte quelle che sono le sfumature date dalla vostra impostazione tecnica. Ho visto moltissimi chitarristi che cominciavano suonando rock e metal cambiare il proprio approccio tonale con pratica ed esperienza. Man mano che affinavano la propria tecnica, in modo naturale, diminuivano la distorsione fino ad ottenere sonorità più pulite che permettevano unicità di suono e maggiore espressività musicale.

E’ ancora più difficile suonare senza overdrive e compressione che aiutino a mascherare i piccoli errori di una tecnica approssimativa. Per questo suonare con tonalità pulite può non essere sempre la scelta migliore. Inoltre overdrive e distorsione sono parti integranti e fondamentali del sound rock, blues, metal e delle chitarre soliste, ma credo sia consigliabile trovare un bilanciamento tra distorsione/overdrive e chiarezza del suono/dinamiche.

Troppo della prima e andrete a perdere le possibili sfumature della seconda coppia.

Consiglio: settate l’overdrive e il distorsore dove sia facile per voi suonare e poi diminuite un po’ i livelli. In questo modo dovrete lavorare un po’ più sodo ma col tempo il vostro stile risulterà più brillante e preciso.

Addendum:

Mi vengono in mente quattro chitarristi che considero esempi eccellenti di come sfruttare tecnica e strumento:

  • Jeff Beck. Quando penso ai chitarristi dei quali il tocco è la riprova che il suono è nelle mani, Jeff Beck è il n.1 della lista. E’ sbalorditivo vedere quanto controllo riesca ad avere sullo strumento. Jeff suona principalmente usando le dita ed il pollice, e questo gli permette di ottenere una gamma di suoni impossibile con altre tecniche. Inoltre è un maestro nell’utilizzo della leva e del volume che usa per variare le dinamiche del tono e vibrato.
  • joe bonamassa

    Quando si dice “questo ne sa a secchi”

    Joe Bonamassa. Joe ha affinato la propria tecnica verso la perfezione. Anche se cambia equipaggiamento e hardware come normalmente si cambiano le scarpe, il suo suono è sempre riconoscibile, non importa attraverso quale elettronica suoni, il che e equivale a dire che la sua tecnica è sempre perfetta.

  • Eddie Van Halen. Quando re Eddie irruppe nella scena nel 1978 molti chitarristi provarono ad imitarne tecnica e suono, ma la maggior parte ebbero vita breve. Anche se di base il suo suono era relativamente sporco, la fluidità tecnica e l’attacco esplosivo della mano destra suonavano forte e chiaro. Potresti aver sentito la storia dei Van Halen che aprirono per Ted Nugent nel 1978. Ted venne preso alla sprovvista dal sound del giovane Eddie mentre assisteva al soudcheck dei Van Halen e gli chiese se potesse provare la sua strumentazione. Quando lo fece, ecco, quella suonava proprio come quella… di Ted!
  • Blake Millas. Ancora poco conosciuto, ma probabilmente non per molto. Ha accumulato rapidamente una vastissima gamma di sessioni e collaborazioni suonando per artisti come Dixie Chicks, Lana Del Ray e Norah Jones. Blake è in grado di ottenere un incredibile gamma di suoni con le mani: da pulito, chiaro e delicato, a distorto e violento.

Ciao e buona suonata a tutti!

Frank