Gli effetti del re.

Ultima parte, per ora.
Non odiatemi se sapete già tutte querste cose potete fare a meno di leggere l'articolo, in caso decidiate di leggerlo sappiate che quello che scrivo è una semplificazione estrema di quello che è successo, ma se vi fa venire qualche dubbio o domanda o volete semplicemente 4 parole in condivisione scrivete pure quì sotto...

Ora, eddie ha usato una miriade di effetti ma quelli che secondo me hanno lasciato il segno veramente sono 3 o 4 al massimo:

1) Phase 45

2) Echoplex (delay e come pre)

3) MXR Flanger

4) Electro harmonix guitar synth



1) Eddie usava il phase 45, poco udibile ma in grado di dare una leggera ed intrigante modulazione sia ad accordi distorti che a frasi di tapping eccone due esempi sul suo primo capolavoro:
Su accordi
Su tapping
2) Eddie usava il pre del echoplex per aggiungere gain in ingresso al suo ampli, non ho esempi particolari se non rimandarvi alla prova di un effetto che di recente ha replicato in formato stompbox il suono di quel particolare pre:
L'altra cosa interessante è l'uso del delay creando un ritardo pari a quello di 1/8. con l'uso poi del volume e della sua tecnica di legato creava atmosfere e sonorità quasi da violino:
3)Quì invece parliamo della grande capacità di eddie di sfruttare il tempo delle modulazioni degli effetti agganciandolo al termpo delle canzoni. L'esempio arriva dal riff principale di unchained:
4)Suono finale, magari non vi è mai piaciuto, ma l'articolo lo scrivo io, quindi... Questo brano è sempre stato impressionante alle mie orecchie, il suono enorme lo diventa ancor di più se pensiamo che si tratta di una sola chitarra... Anche quì si tratta di un sapiente settaggio di un pedale che, se ci si mette le mani sopra può non sembrare assolutamente interessante.
Ora dite la vostra, quali sono secondo voi gli effetti che più avete apprezzato del buon EVH??? Ciao a tutti Frank

eddie amplificatori

eddie eddie eddie, ma tu che ampli usi????
allora, il re mida della chitarra distorta ci ha dato conoscenza di vari aspetti dell’amplificazione e vari marchi, tutto grazie alla sua grande immaginazione.

partiamo da un elenco degli ampli:

1) marshall plexi, che smontava personalmentea parte aver trovato poi un tecnico molto bravo che gli ha dato inizialmente una mano, un certo mike soldano.
grazie alle idee di eddie la marshall ha poi nel tempo inserito nella sua plexi un master volume ed aggiunto gain, creando quella che oggi chiamiamo jcm800
https://goo.gl/images/qR730w

 


2) il suo tecnico mike soldano dice, ma ascolta e se ti faccio io un ampli? e fu così che naque la slo 100, il suono simbolo di tutti gli shredder anni 80
https://goo.gl/images/ULQoTB

 


2) poi eddie viene catturato dal fascino di un grande marchio che vuole fare un amplificatore a suo nome, nasce la peavey 5150 e poi la 5150 II, due amplificatori usati ancora oggi negli studi di registrazione rock e metal
https://goo.gl/images/RMyXDK

 

https://goo.gl/images/BcG1l7

 


3) terminata la collaborazione con peavey eddie si lancia nell’imprenditoria creando una partnership tra il suo marchio (evh) e la fender per la creazione di un universo chitarristico a suo nome e nasce così il 5150 iii
https://goo.gl/images/61EkiF

 


ora, fatta la storiella mi concentrerò su quella che è stata la sua testata più significativa, perchè piaccia o no è il suono graffiante e ricco di vh1 quello che tutti ricordano, con quella cattiveria espressa in brani come eruption, atomic punk, etc etc..

quel suono è l’esito di una serie di eventi ed idee del buon eddie.
prima cosa, aveva scoperto che se collegava in serie il canale pulito ed il canale bright della sua plexi e teneva tutto al massimo riusciva ad avere una distorsione abbastanza carica di gain saturando anche le valvole finali. aveva però capito anche che se voleva suonare con quel suono nei locali la cattiveria delle valvole della plexi alimentate da un suono pieno di qualsiasi cosa che le manopole potevano dare avrebbe fatto scappare a gambe levate le persone dai locali con le orecchie sanguinanti per la pressione sonora che quel setup era in grado di sfoderare.

leggenda vuole che vedendo il dimmer di regolazione della luce di casa abbia detto, se regola la luminositá delle lampadine può farlo anche con le valvole, inventanto quello che allora è stato l’uso del variac per modificare la corrente che alimenta le valvole portanto dai 110 americani a circa 90v il piatto valvole
d non molto tempo i produttori di amplificatori hanno iniziato a dotare i loro ampli di sistemi simili per abbassare il wattagvio delle loro b elve da 100w di vetro.
fatto questo era riuscito a mettere quasi sotto controllo la plexi, aveva però ancora un problema, questa cosa abbassava la potenza ma non dava una risposta lineare sul volume e non gli permetteva di avere quello stesso suono quando poi passato agli stadi aveva bisogno di a cora più potenza di quello che una plexi era in grado di produrre, cosa pensò assieme al suo tecnico dell’ epoca? colleghiamo un finto carico alle uscite della testata, portiamo il segnale ad un segnale di linea entriamo con questo segnale dentro un finale di potenza ed il gioco è fatto, così facendo eddie aveva “inventato” due cose:
1) il master volume
2) l’fx loop

la testata diventava infatti niente più e niente meno di un pre valvolare seguito da un finale di potenza.

https://goo.gl/images/L6r5Nx

da quì in poi il sound di eddie è stato dettato da amplificatori sempre più carichi di gain, il grande eddie però nonostante voglia amplificatori pieni di gain usa dei suoni relativamente “puliti” in nessuno dei suoi ampli andrá mai oltre il 50% del gain dispinibile.

eddie è sempre stato un amante dei puliti ricavati da canali crunch abbassando il volume dello strumento. storicamente plexi, slo 100 e 5150 I sono testate monocanale, la 5150 II e la prima serie della 5150 III sono delle due canali dove il pulito può essere un clone del lead con un pochino meno di gain.

solo dalla sconda generazione di 5150 III eddie ha iniziato ad utilizzare un terzo canale clean che può al massimo diventare un crunch blues.

eddie era solito usare un eq tra il preamp ed il finale, per fare un fine tuning delle frequenze basse ed alte.

questa sua abitudine è diventata poi per le frequenze alte il presence nei soldano a cui dalla 5150 di è sempre aggiunto il controllo depth per le basse frequenze che poi è diventato resonance nella 5150 III

quanto queste follie unite all’inimmaginabile controllo e sensibilitá di eddie generino il suo suono sono testimoniate da personaggi del calibro di Nuno Bettencourt degli extreme che in un intervista disse che aveva provato il setup live di eddie e sperava di ottenere finalmente i segreti del suo suono. depressione assoluta fu quella di scoprire che il tutto suonava come nuno però più difficile da gestire e incontrollabile.
al termine di quella intervista nuno disse che alla fine il suono di eddie stá tutto nelle sue mani e nella simbiosi che ha sviluppato con i suoi strumenti a furia di sperimentare e seguire le sue intuizioni.

quindi alla fine come sempre usate il cervello per accendere e spegnere gli strumenti ma a tutto il resto devono pensare il cuore e le mani….

a presto con il terzo ed ultimo capitolo su quello che ho scoperto del suono di eddie…

 

https://goo.gl/images/iLxNzH

https://goo.gl/images/FK1iZb

https://goo.gl/images/A6oXnc

certo queste immagini non danno proprio l’idea di un setup semplice… 🙂

Alimentare i pedali

 

Mamma mia che casino pure questa cosa. Ed io che volevo solo usare due tre pedali invece di uno

sborato multieffetto digitale…

Bene, questo è il mio pensiero ancora oggi che sono alla mia quarta/quinta/millesima pedaliera. Ancora

oggi che ho ridotto le mie necessità ad una alimentazione per 7 pedali, di cui un accordatore ed il

ricevitore del mio g30 wifi (di quanto la trasmissione wifi rovini il suono ne parleremo più avanti), sono quì

a grattarmi la testa ed a lottare con rumori strani e cose inspiegabili.

Partiamo da un assioma, l'alimentazione dei pedali è una scienza tutt'altro che esatta!

Ci sono pedali che sono in grado di generare rumori a seconda della posizione in cui si trovano in

pedaliera, altri che semplicemente non vogliono avere nessuno vicino..

Intanto vi do un concetto base: ogni pedale alimentato con un certo voltaggio consuma una certa

corrente, che si misura in ampere.

Prima di comprare l'alimentatore dei vostri sogni dovete capire 3 cose fondamentali:

1) che voltaggi vi servono

2) quanta corrente vi serve

3) quante e quali uscite vi servono

Il punto 1 è abbastanza semplice, molti, quasi tutti i pedali sono alimentati a 9v, ma potreste anche avere

pedali che supportano 12 o 18 volt, oppure altri che suonano meglio con 8v.

Semplicemente stilate una lista dei vs pedali e verificate quali voltaggi vi servono, se state leggendo

questa guida allora avete ancora molto da esplorare prima di provare uno stesso pedale a voltaggi

diversi, quindi se un pedale può essere alimentato a 9/12/18 scegliete sempre 9 per ora.

Punto 2

Sul librrtto di istruzioni dei pedali o facendo una ricerca su internet scrivendo: nome del pedale current

draw

Troverete un numerino seguito da mA.

Fate una bella tabellina, sommate tutto in mA es:

Xxx xxx 50ma

Xxx xxx 80ma

Xxx xxx 250ma

Xxx xxx 310ma

Xxx xxx 310ma

Totale: 1000mA= 1A

Vi servirà un alimentatore in grado di fornire tutta quella corrente, il consiglio dei pro è un alimentatore

che abbia capacità doppia rispetto a quella necessaria

Quindi consumo 1000mA=1A serve alimentatore in grado di erogare almeno

2000mA=2A

Punto 3

Sul punto 3 ci sono alcuni aspetti da curare,

esistono degli alimentatori così detti daisy chain o non isolati che non fanno altro che avere un unica

fonte di corrente da cui vengono ricavate n uscite in parallelo tra loro, funzionano molto bene, possono

però generarsi dei problemi di rumore se nelle varie uscite sono collegati pedali che hanno richieste di

corrente molto diverse, cosa che capita spesso se nel rig abbiamo pedali analogici e pedali digitali che

hanno una richiesta di corrente molto più alta e possono introdurre un rumore intermittente nel circuito di

corrente che a volte può rientrare anche nel segnale.

Per evitare questo è meglio avere um alimentatore dotato di uscite isolate.

Come riconoscerli:

Il modo più semplice è questo:

Su quelli daisy chain solitamente viene dichiarato un numero univoco di corrente per tutte le uscite, a

volte il totale a volte diviso es: 10 uscite 9v max 2A o 10 uscite 9v max 200mA cad

Su quelli isolati solitamente viene riportato il valore di tensione (volt) e corrente (mA) per ogni uscita e

quelli isolati hanno solitamente un certo numero di porte con un valore ridotto di corrente e poi altre con

valori più alti.

Io vi consiglio vivamente un alimentatore anche con poche uscite ma isolato e che le uscite supportino

alti valori di corrente.

Ad es: 6 uscite di cui 2 da 500mA e 4 da 250mA

Totale max sarà cmq 2000mA o 2A che di si voglia ma avremo delle uscite isolate per i pedali digitali

oppure per quei pedali che consumano un sacco dicorrente.

Ricordate che se avete 6 uscite non significa che potete alimentare solo 6 pedali ma potete prendere dei

cavi daisy chain (o farveli da soli) per collegare in parallelo più uscite, l’importante è che la somma dei mA

che collegate assieme non superi la capacità massima di quella porta.

Ad esempio se avete 3 pedali le cui correnti sommate danno un valore di 250mA potete usare un cavo

daisy chain da 3 uscite in parallelo su una porta da 250, se invece la somma da 300 bisogna usare una

porta da 500 mA.

Spero di essere stato chiaro, se avete dubbi osate chiedere e se sarò in grado oserò tentare una

risposta.

Tants birra a tutti

Frank

La Frankenstrat di Eddie Van Halen

Eddie, Sir Eddie, King Eddie, Magic Eddie.
Potrà anche non piacervi e comprendo le ragioni di chi sostiene che non s’è inventato nulla, ma rimane un chitarrista importante come pochi, al pari di tutti gli artisti che – grazie al loro desiderio – hanno cambiato la percezione dello strumento e hanno costretto tanti geni dell’elettronica e della liuteria ad evolvere. Insomma, a modo suo EVH è un innovatore.

Sono molti i grandi nomi legati a lui:
Larry dimarzio
Seymour duncan
Charvel
Kramer
Mike Soldano
Floyd Rose
Fender
Gibson
E sicuramente un’altra lista infinita…

Dove nasce il mito? Dobbiamo risalire al 1962, anno che lo ha portato a trasferirsi dai freddi Paesi Bassi al caldo sole della California. E dopo 5 anni a scaldarsi le ossa (siamo nel 1967, Eddie ha 12 anni) prende la chitarra di suo fratello Alex e inizia la leggenda…

La chitarra

La mitica Frankenstrat è passata alla storia. Eddie al tempo aveva 23 anni e non aveva i soldi per permettersi una Fender, ma soprattutto voleva un suono particolare, che unisse le caratteristiche della Fender e della Gibson. E allora entra nello shop di Wayne Charvel (diventato un mito negli 80’s proprio grazie a lui) dove compra per pochi soldi un body in alder e un manico (entrambi ricambi strato CBS).
Investe gli ultimi soldi rimasti in pezzi di scarto di una Stratocaster (meccaniche, ponte e potenziometro 250kohm).
Il pick-up viene letteralmente strappato da una Les-Paul e montato a forza (e davvero di forza si parla, visto che ha dovuto allargare il routing con scalpello e martello) sul corpo Fender.

Diciamolo pure, è una porcheria, ma suona tanto bene…


E così le scelte pazze vengono da sé: leggenda vuole che sulla prima versione della Frankenstrat (bianca strisce nere) il battipenna nero fosse ricavato da una bacinella della madre.

Poi inizia il successo, il mondo inizia a conoscere il suo strumento e per mantenere una certa aura di mistero sul suo suono ed evitare clonatori folli (Charvel e Kramer pronti a tale scopo) fa una pazzia delle sue: aggiunge uno strato rosso mascherando alcune parti della chitarra e ne esce la classica versione rossa bianca nera.
Via il battipenna, ne ritaglia un pezzo e riforma i buchi.
Con lo scalpello allarga la sede del pick-up al ponte per farlo inclinare e pescare così frequenze più alte sui cantini e più basse sui bassi e lo avvita direttamente al corpo (scelta che migliora la capacità del pick-up di catturare le vibrazioni del body). Non ha controllo toni il buon Eddie (a cosa serviranno mai!), e questo migliora la prestazione del pick-up che risulta più brillante e potente (tutto tenuto sotto i margini del suo Brown sound grazie al potenziometro da 250) e chiude il tutto con un colpo di genio: per far chiedere al mondo quale diavoleria Sir Eddie si fosse inventato, aggiunge un finto pick-up al manico solo per estetica…

Non dimenticate che gli strap lock non esistevano, e allora perché non prendere degli occhielli da legno e metterli al posto dei pin della tracolla da fissare con due bei moschettoni?

Insomma, non so se sia tutto un caso o una visione. Una cosa è certa: la mano di Eddie e la sua continua voglia di sperimentazione hanno forgiato le chitarre che oggi molti musicisti dal Rock all’Heavy usano…

Ancora sui manici per chitarre! (pt.1)

 

Continuiamo la nostra panoramica sulle caratteristiche costruttive e sugli elementi che compongono uno strumento elettrico, e questa volta parliamo di manici.

Come prima cosa è meglio fare una precisazione: non parlerò adesso dei legni, dal momento che è un argomento importante e che merita di essere trattato con il dovuto rispetto e spazio. Detto questo proseguiamo con le caratteristiche costruttive di un manico.

Il Diapason

Definiamo il diapason (in inglese scale lenght) come la lunghezza della corda vibrante, ovvero della misura che c’è tra capotasto e ponte. I più comuni sono 25.5 pollici e 24.75, mentre su alcune chitarre a 7 o 8 corde e alcune baritone si arriva a 27 pollici diapason chitarra

Il diapason ha un effetto fondamentale sul suono e sulla suonabilitá. Infatti, a parità di diametro della corda e della nota, più è lungo il diapason più la corda sarà dura da suonare. Vice versa, più corto il diapason più la corda sarà morbida: ecco perché gli amanti del bending non disdegnano le Les Paul, mentre i metallari che suonano accordati 970 toni sotto lo standard non potendo usare delle funi da ascensore preferiscono un diapason più lungo per avere note basse e definizione di suono.

 

La paletta (dritta o inclinata)

Tanto per citare i soliti due esempi: dritta la Stratocaster e inclinata la LesPaul 

paletta inclinata o dritta

 

La paletta inclinata nasce per rendere più resistente la paletta stessa e contrastare meglio la forza di tensione delle corde permettendo una maggiore stabilità del manico,  mentre quella dritta è più semplice da realizzare e i costi di produzione sono inferiori. Per contro mantiene una minore tensione delle corde sul capotasto, portando a volte a suoni spiacevoli ed una tenuta ballerina dell’accordatura.

Per ridurre i costi produttivi delle palette inclinate (e usare meno legno) è stato inventato il cosiddetto scarf neck, che si ottiene in un modo molto interessante: si parte da un blocco di legno dritto e lo si taglia nel punto in cui ci sarà poi la giuntura della paletta con un angolo scelto dal costruttore. Si rovescia quindi la parte tagliata incollandola così con un angolo diverso dall’inizio. Tanto per essere chiari, ecco uno schema.

Meccaniche

Le meccaniche possono essere in linea o 3+3 o anche in combinazioni più fantasiose. In questo caso non c’è un meglio o un peggio, ma più semplicemente dei motivi su cui l’idea nasce.

Le meccaniche in linea dovrebbero mantenere una linea perfettamente dritta della corda dal ponte alla meccanica stessa senza generare angoli che spostino la corda dall’asse di tutta la sua lunghezza. Questo accorgimento migliora la tenuta dell’accordatura anche dopo bending particolarmente violenti.

Le 3+3 nascono con due obiettivi principali: ridurre gli spazi di ingombro della paletta e avere la distanza delle corde che va dal capotasto alla meccanica che si riduce sui cantini. Infatti avendo una porzione di cantino corta la corda sará più facile da tirare nei bending, riducendo la distanza da percorrere per raggiungere la nota desiderata rispetto ai lunghi cantini di una 6 in linea.

Capotasti

Credo esistano biblioteche con argomentazioni di varia natura sui capotasti, io vi riporto la mia esperienza: quelli in plasticaccia fanno scordare la chitarra perché non sono scorrevoli e si consumano alla velocità della luce. Quelli in osso funzionano bene ma costano cari: se fatti a dovere durano, ma devono essere lavorati bene per far scorrere le corde. Hanno anche un ottima tenuta dell’accordatura e qualcuno sostiene che siano quasi in grado di autolubrificarsi; io comunque consiglio sempre qualche passata di matita 2B sui solchi delle corde per migliorare la lubrificazione. Questo consiglio vale ancora di più con i capotasti in osso sintetico. L’osso sintetico ha una durata inferiore rispetto all’osso naturale, ma costa meno e ve ne sono di autolubrificanti in grafite.

Esistono poi capotasti in metallo, roller nut e in ottone solido.

Io con questi francamente mi sono sempre trovato benissimo. Sia in ottone che roller presentano una tenuta dell’accordatura ottima. I capotasti roller in particolare costano più di quello in osso, va da dire che sono eterni…

 

Tasti

Prima o poi sui tasti farò scrivere qualcosa a Maurizio Saturnia della SMG Custom Guitar (che è un feticista del fretting) quindi non mi dilungherò troppo: ne esistono di tutti i tipi e misure. Io li amo alti e ciccioni e mi piace che il polpastrello non tocchi il legno della tastiera: quello spazio extra poi mi permette di agganciare la corda con la carne del dito e tirare i bending con molta forza senza che possano scapparmi, ma la preferenza è del tutto soggettiva. Vi rimando quindi al futuro approfondimento con Maurizio per una panoramica migliore.

Insomma, anche per quanto riguarda i manici c’è una miriade di dettagli e di combinazioni che influenzano il suono e soprattutto la suonabilità di un manico rispetto a un altro, tra cui la sezione del profilo, i legni e la forma e posizione della paletta (dritta o reverse). Ma di questo parleremo nella prossima parte! Nel frattempo buone suonate!

 

ciao Frank

 

Un solo humbucker, 8 suoni differenti con mille sfumature

Ecco un altro articolo di quelli che piacciono a me, uno di quelli che può lasciare perplessi ma in realtà va nella direzione di una semplificazione del setup.

Tutti noi probabilmente abbiamo chitarre o bassi (i bassisti sono più evoluti sotto questo aspetto) con almeno 2 pickup (se abbiamo una Telecaster) fino ad arrivare a virtualmente 6 in chitarre come la Les Paul custom a 3 humbucker.

Siamo veramente sicuri di avere bisogno di tutti quei pickup per ottenere i suoni di cui siamo innamorati o che come sempre rendono la nostra percezione del suono positiva in modo da stimolare anche la nostra fantasia?

Non arrivo a dire di strappare il neck pickup come il buon Phil X fa in questo video

o a metterne uno finto e non funzionante al manico per far credere al mondo intero che la propria chitarra ha questa diavoleria elettronica che nessun altro al mondo ha come fece il buon eddie con la sua meravigliosa frankenstrat;

però sappiate che con un solo pickup al ponte si possono ottenere almeno 8 suoni diversi, alcuni dei quali che possono ricordare il suono di un pickup al manico o sonorità più simili a Brian May in Bohemian Rhapsody

Quelli che vado a esporre sono potenziali trucchi per ottenere di più dai vostri humbucker, che può essere fondamentalmente collegato in 4 modi differenti e due di questi collegamenti permettono ulteriori due opzioni.

Collegamento in serie: il classico le due bobine del pickup lavorano in serie tra loro donando al suono quella tipica compressione e pienezza dell’ humbucker. Le due bobine così collegate in fase restituiranno un suono pieno, corposo, ricco di attacco e con un po’ meno alte rispetto ad un single coil. Qui c’è pure una seconda opzione, ovvero collegare le due bobine in serie ma in controfase per andare a creare un suono nasale, generalmente svuotato dai bassi e ricchissimo di armonici (assolo di Bohemian Rhapsody per esempio sono due pickup single coil in serie in controfase)

Collegamento in parallelo: qui le due bobine lavorano assieme, ma non essendo in serie mandano ciascuna il suono verso l’uscita senza influenzare l’una il suono dell’altra. Il suono risultante sarà un piacevole ibrido tra un humbucker sgonfio ed un single coil ciccionissimo. Mi spiego meglio: suonando le due bobine assieme il tipico hum dei single coil viene eliminato, il suono si ingrossa perchè si suonano comunque due pickup assieme ma essendo in parallelo vengono preservati gli alti tipici di un pickup single coil. Anche qui potrete optare per un collegamento in controfase per avere un ulteriore opzione: l’effetto sarà simile a quello precedentemente descritto ma con una leggera minore perdita di bassi invece che un completo svuotamento.

Se non ho fatto male i conti siamo a 4 potenziali suoni, gli altri 4?

Eccoli:

Potrete collegare il vostro humbucker in modo da mandare la bobina verso il manico a massa (coil tap/split che sono due cose molto diverse ma tutti li usano come fossero la stessa cosa quindi mi adeguo per non aggiungere casino)

Avendo quindi la sola bobina più vicina al ponte operativa, questo restituirà un suono simile ad un single coil, molto graffiante pieno di alti e data la vicinanza al ponte sarà anche molto metallico e con un attacco molto forte. Il livello d’uscita è chiaramente più basso rispetto ai collegamenti in serie e parallelo.

Potrete altresì mandare a massa la bobina più vicina al ponte ottenendo un suono molto simile al precedente ma leggermente più corposo con un po’ di bassi in più.

Con queste due opzioni i nostalgici dell’hum dei single coil saranno felici, il rumore chiaramente ritorna…

Ed ora gli altri due suoni come li ottieni??

Semplice, basta considerare di usare il potenziometro dei toni!

Forse anche voi come me rimarrete sconvolti della sua esistenza, per anni l’ho addirittura eliminato dalle mie chitarre non capendone il potenziale.

Eppure su ciascuno dei collegamenti precedentemente descritti il potenziometro toni può dare tantissime sfumature diverse (occhio che la qualità del potenziometro e il valore del condensatore che ci mettete cambiano drasticamente la risposta ed i suoni) Pensate che con un buon condensatore da 47uf e potenziometro da 500k completamente chiuso o verso la metà potete ottenere un suono simile ad un pickup al manico.

Chi mi ha insegnato questa cosa è il sempre pieno di risorse Phil x che ha fatto dell’assenza di gear la sua vocazione e come ci spiega al minuto 3:45

Per finire questa carrellata vi dico che non mi assumo nessuna responsabilità se i suoni proposti non vi piacciono, sono solo delle possibilità che vi permettono di esplorare e sperimentare.

Ricordatevi che a seconda di che pickup montate tutto può cambiare, i potenziometri, i condensatori, il cavo, l’ampli, tutto può fare la differenza però l’unico fattore che potete allenare a cambiare a vostro piacimento sono le vostre mani.

Provate anche a suonare plettrando in diversi punti la stessa frase, vedete quante sonorità diverse potete ottenere anche solo così.

Se vi va commentate, chiedete, diteci se avete provato qualcuna di queste opzioni e cosa ne pensate, sempre chiaramente davanti ad una birra al momento virtuale ma magari prima o poi anche reale…

Ciao Frank

Manici per chitarre e bassi: panoramica delle tipologie

Si sente parlare di manici avvitati, incollati o neckthru. La realtà delle cose è che spesso si sceglie l’uno o l’altro in base a criteri personali e quasi fideistici. Ho il neckthru perché ce l’ha FraccazzodaVelletri oppure il manico avvitato suona meglio o affermazioni simili lasciano il tempo che trovano. Rimane il fatto che le tre tipologie sono influenzate da molteplici fattori, tra cui la qualità costruttiva, la stagionatura dei legni e mille altre menate che non stiamo qua a tirare in ballo. Diciamo che, a parità di condizioni, i manici hanno queste caratteristiche:

Manico avvitato:

tipologie manici chitarraQuesta soluzione è stata inventata da Leo Fender in persona per abbattere i costi di produzione degli strumenti e permettere una veloce sostituzione del pezzo in caso di rotture del body o del manico stesso.

Lo svantaggio sta nel fatto che manico e corpo sono a contatto, ma il punto di giunzione non è strettamente solidale e pertanto non tutte le vibrazioni riescono a trasmettersi liberamente tra le parti. Il problema, con le tecnologie costruttive attuali, è minimizzato. Le macchine a controllo numerico hanno reso possibili incastri perfetti al millimetro, con una maggiore superficie di contatto e una migliore trasmissione del suono che può colorarsi della tonalità dei legni.

Manico incollato:

Tipica soluzione di molte Les Paul, che permette di avere un corpo interamente costituito dalla stessa combinazione di legni (nel caso delle LP si tratta di mogano). Se il punto di giunzione è fatto in maniera precisa la trasmissione delle vibrazioni e pari al neck thru con però un margine di rischio in più per quel che concerne la delicatezza del neck joint: il punto di incollaggio del manico corrisponde anche al punto in cui la tensione delle corde esercita la maggiore leva. Capite bene che una botta presa nel modo sbagliato e uno strumento magari maltrattato (come piace fare a quelli come me) rischiano di compromettere la salute della chitarra. Il vantaggio è rappresentato da un sustain maggiore, e una presenza tonale del legno più accentuata, specialmente nel caso si utilizzino legni particolarmente scuri e caldi.

Neck thru

Costruzione più comune nei bassi ha acquisito molta popolarità anche sulle chitarre.

Semplicemente pensate di avere una chitarra costituita da un lungo manico a cui vengono attaccate due ali sul margine superiore ed inferiore dove c’è il body, come rappresentato nella terza immagine:

E’ una soluzione che permette di avere un unico blocco tra manico e body permettendo alle vibrazioni generate dalle corde di essere trasmesse sullo stesso materiale dal inizio alla fine dello strumento, generalmente ricchissime di sustain, con suoni molto grossi e pieni ed un assetto che non varia quasi mai al cambiare delle condizioni climatiche.

 

 

Chitarre Solid Body e Hollow Body

Questo articolo è il primo di una serie di veloci approfondimenti sulla chitarra.

Diciamo approfondimenti, perché andiamo un po’ più nel dettaglio e forniamo qualche spiegazione tecnica. Diciamo veloci perché non vogliamo scrivere un’enciclopedia, ma dare qualche dritta nella maniera più semplice ed efficace possibile.

Solid Body

Le chitarre solid body hanno il corpo della chitarra completamente pieno, e nascono per eliminare il problema del feedback molto facile anche a bassi volumi delle chitarre acustiche o semi acustiche amplificate.

Le prime chitarre solid body della storia sono state la Fender Broadcaster (nota anche come Nocaster), più recentemente chiamata Telecaster (qua c’è la storia, se vi interessa) e la Gibson Lespaul.

L’idea la si attribuisce generalmente proprio al chitarrista Lespaul, jazzista con la mania di suonare a volumi alti e che voleva una chitarra che creasse minori problemi di feedback.

Il suono in queste chitarre risulta pieno, anche abbastanza compresso se vogliamo, dotate di un volume molto basso da spente che però trasmette le vibrazioni in ogni singolo poro della cassa catturando molto bene le caratteristiche del legno, senza contare che a prescindere dalla costruzione del manico (di cui parleremo poi)  tutte le vibrazioni attraverseranno liberamente lo strumento dalla punta della paletta alla fine del corpo.

La trasmissione delle vibrazioni è un elemento fondamentale e lo ritroveremo quasi sempre in questi capitoli.

Hollow Body

Le hollow body – o chitarre scavate – differiscono dalle acustiche o semi acustiche non solo per le dimensioni della cassa armonica quanto piuttosto perchè si tratta di chitarre a cui viene scavato l’interno del body. Al di sopra del body viene applicato un top spesso a sufficienza da non dover studiare un sistema di catene come accade nelle semiacustiche. In queste ultimen infatti, lo studio delle catene interne al body ha un ruolo fondamentale per la rifrazione del suono in acustico e sulla solidità di tutta la struttura per impedire che la chitarra si sfondi.

Le hollow body nascono come una via di mezzo tra le solid e le semi acustiche, (esempio tipico la telecaster thinline) e hanno generalmente un suono ricco di basse e medie frequenze. A farne le spese è il sustain, che generalmente paga un po’ lo scotto della presenza di meno materiale a cui le frequenze vengono trasmesse.

Le hollow body soffrono molto i gain troppo elevati ma amano i suoni puliti, ricchi di ambiente che enfatizza l’ampiezza del suono.

Chitarre con action bassa: lettera aperta di Frank

Basta chitarristi che vogliono qualche mm scarso di action e poi si lamentano che la chitarra suona poco o che frigge o che non suona come quella Ibanez Jem che avevano provato illo tempore

Se proprio ti piace come suona la Jem ed il suo assetto, non ostinarti a cambiar pezzi e pettinare la tua Squier, riparmia i soldi e hai 2 opzioni:

  • 1) Comprati la Jem
  • 2) Usa i soldi per la birra e comincia a suonare ancora di più, perché nessun espediente tecnico potrà mai – e dico mai – sostituire ore ed ore ed ore di pratica sullo strumento!

A parte gli scherzi, è chiaro una chitarra bassa è più facile da suonare, non sono scemo, però un action bassa aumenta esponenzialmente i limiti fisici ed ingegneristici della chitarra.

Le corde vibrano meno, si perde dinamica, si perde volume, non si sviluppa la forza necessaria sulla mano sinistra per sostenere due tecniche che fanno di un chitarrista mediocre un grandissimo chitarrista: il bending ed il vibrato.

Tutti pensano che gente tipo Vai, Malmsteen o altri abbiano delle action bassissime.

Sappiate che non è così, hanno certamente strumenti settati in modo diverso a seconda di quello che devono fare, soprattutto in fase di registrazione, ma credetemi che il loro suono nasce da action molto più alte di quel che credete.

Come fanno? Ore e ore e ore di pratica! Una volta che domini una action medio alta puoi usare uno strumento settato basso per uno specifico scopo, ma non sei costretto a farlo!!!

Quindi, se siete di quelli che vanno dal liutaio dicendo voglio l’assetto più basso, da domani alzatelo un pochino e smettete di suonare strumenti oppressi dai mille compromessi di una action bassa.

E per dio, non preferirete una Jem ad una bella birra gelata…

Più sound con meno pedali! [da PremierGuitar]

Faccio una premessa: ognuno  ha la sua opinione in merito e posso essere contraddetto su quello che scrivo di seguito. Persone molto più sveglie di me hanno fatto scelte molto peggiori in materia di pedali. Nessuno salva balene qui, quindi la peggior cosa che possa capitare è che seguire i miei consigli si traduca in un suono orribile, e torniate al vostro vecchio modo d’impostare le scelte hardware. Al massimo avrete perso un po’ di tempo, ma hey, se state leggendo è perché avere un po’ di tempo da perdere (o preferite farlo). E allora andiamo a cominciare.

Pedali premium. Per qualche strana ragione mi è stato chiesto di parlare di questo argomento più e più volte. Vorrei quindi chiedervi alcuni dei prodotti considerati premium che normalmente associamo alla Svizzera: in tempo zero la risposta cadrà inevitabilmente su orologi, cioccolata, coltellini, banche, ecc.

Adesso che siete entrati nel ragionamento potrei chiedervi di nominarmi alcuni prodotti americani per i quali normalmente i consumatori accettano di pagare un sovrapprezzo. Sebbene ognuno possa dare una sua definizione, che va dagli smartphone alle patinate riviste softcore, le risposte (può sorprendere) si assomiglieranno più o meno sempre e saranno una lista di: pistole, auto sportive potenti, motociclette, chitarre… e cosucce legate alle chitarre (ed ai bassi, aggiungo io).

Mentre la stragrande maggioranza dei prodotti elettronici di consumo sono oggi  prodotti in qualsiasi paese  e sempre a minor prezzo (per essere competitivi) e a scapito del tenore di vita dei propri cittadini , la tendenza nel mercato dei pedali è di essere considerata di così alto livello da giustificare un prezzo extra pagato quando si acquistano. È simile a quello che accade per altre industrie come le auto sportive nostrane, la moda francese o il bacon canadese – prodotti che definiscono l’industria e si legano alla cultura del paese produttore, portando caratteristiche quali: qualità costruttiva e attenzione al dettaglio.

Questo solleva la questione: con tutta l’esperienza nordamericana, un pubblico potenziale disposto a pagare per la qualità e potenziali innovatori nel settore, perché così tante persone preferiscono acquistare prodotti di livello inferiore?

Come il 75%  delle situazioni che ho visto, ipotizziamo di avere 3 overdrive in serie + 1 soft-clipping overdrive. La logica vuole che da 3 pedali differenti si ottengano 3 tipologie di suoni, ovvero: usati indipendentemente o combinati tra loro (a 2-3-tutti insieme). Gli overdrive sembrano seguire sempre il medesimo percorso convenzionale: se nessuno è posto alla fine della catena, nessuno dei segnali andrà in loop se usati parallelamente.

"The only thing worse than your opinions is this drawing." - Philippe Herndon. Image by Philippe Herndon.

“The only thing worse than your opinions is this drawing.” – Philippe Herndon. Image by Philippe Herndon.

Si possono immaginare una varietà di di suoni e sfumature, ma cosa vogliamo ottenere realmente ? Il più delle volte, si sentono 3 pedali che suonano più o meno nello stesso modo . Nella migliore delle ipotesi sono riuscito a contare 3 o quattro tipologie differenti di suoni usando questo set-up, e credo di avere un buon orecchio, ma faccio fatica a trovare differenze rilevanti fra uno e l’altro. E mi domando che cosa percepisca il pubblico che in quel momento ascolta.

PIÙ SUONI, MENO PEDALI. Prendiamo in considerazione un’opzione alternativa: usando un pedale a guadagno relativamente alto e lavorando sulla manopola del volume abbassando il segnale della chitarra: potete ottenere letteralmente una varietà di suoni. Potreste anche trovare un vostro suono usando il controllo del tono che avevate abbandonato. Il guadagno, per definizione, è il rapporto di tensione tra il voltaggio di uscita e quello in entrata. Per questo motivo potete, modificando questa equazione, ottenere distorsione ed overdrive semplicemente utilizzando la monopola del volume!

Un altro vantaggio di questo set-up consiste nel liberarsi della costante attenzione ai pedali per i cambiamenti dinamici, e questo a tutto vantaggio di come suonate. Mentre la vostra danza con i piedi sugli effetti è invisibile,  è la vostra presenza sul palco che conta e trasmette qualcosa. Il mio consiglio è che forse potreste tralasciare qualche pedali concentrandovi sul playing.

Articolo liberamente tradotto da PremierGuitarState of the stomp – more sounds from fewer pedals”